mercoledì 19 maggio 2010

Edoardo Sanguineti, l'ultimo chierico à penser







(Intervista inedita realizzata a Siena nell’ottobre 2005 in occasione della messa in scena del dramma teatrale "Storie naturali". Era da poco uscito nella rivista letteraria "Il Verri" il romanzo breve "L'orologio astronomico" successivamente pubblicato in Smorfie - romanzi e racconti, Feltrinelli 2007 ).




Conversazione con Edoardo Sanguineti


di Alfonso Diego Casella



“La ragazza, mi pare, l’ho incontrata due o tre volte, in quella settimana. Gli incontri sono avvenuti sempre all’Art Café del museo. Come sai, c’è una terrazza panoramica. Io arrivavo a piedi, passando per la Place Kléber”.
Comincia proprio così l’ultimo romanzo breve di Edoardo Sangueti, uscito qualche mese fa in due puntate sulla rivista Il Verri. Il titolo? L’orologio astronomico.
“Un libro nato su committenza – come ammette lo stesso autore – in quel periodo ero ospite a Strasburgo, presso l’Istituto italiano di Cultura e lì mi decisi di scrivere questa piccola storia”. Protagonista della vicenda è appunto l’orologio della cattedrale alsaziana. Ma è anche il racconto strampalato di un personaggio che rimane (ingabbiato e coinvolto) in una serie di scoperte curiose e talora deliranti.
Ma questo accade nel romanzo. Quanto all’intervista, la situazione è più tranquilla. Sanguineti sta seduto nella hall di un albergo toscano, davanti a un panorama di colline: c’è una chiesa romanica a distanza oltre la vetrata e poi c'è il sole. Giacca a quadri, un maglioncino semplice semplice e con un collo di camicia bianca che spicca ai bordi della stoffa. Tutto qui.
Eccolo, è veramente lui, Edoardo Sanguineti: il teorico più famoso del Gruppo ’63: poeta, anti-romanziere eccellente, uno dei protagonisti delle neoavanguardie del secondo novecento.

Sanguineti, dal ’63 a oggi che cosa è cambiato?

“Tutto è cambiato, da tutti i punti di vista: è cambiato il mondo, è cambiato il mondo letterario soprattutto. Intanto quella era l’epoca della guerra fredda, e quindi una situazione in cui il pianeta rimaneva diviso tra le due potenze. Anche qui, il famoso equilibrio del terrore: perché di fatto c’era una Guerra Fredda, vale a dire una guerra non combattuta. E l’hanno vinta gli americani, diciamolo pure, ha vinto cioè il capitalismo e questo credo ha complicato tutto l’equilibrio del mondo, con un esito che almeno all’inizio sembrava un fatto quasi positivo”.

In che senso, positivo
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"Nel senso che all’epoca sembrava più o meno illusoriamente che i conflitti sarebbero finiti in un certo modo; come dire, che la guerra in buona sostanza avrebbe avuto un vincitore e un vinto definitivo. Di solito, dopo ogni guerra è sempre esistita una pace più meno durevole; e invece è iniziata la catastrofe assoluta, perché poi una volta terminato quella sorta di equilibrio, il mondo si è trovato in preda a un terrore nuovo, di tutti contro tutti. Diciamo la verità, l’egemonia per il momento è ancora quella americana, voglio dire, dell’impero americano; ma è un sistema in completo disfacimento: ecco, non c’è più nessun consenso, nemmeno da parte dei paesi di tipo capitalisti. L’America ha una posizione ormai dittatoriale; di fatto non esiste nessun dominio economico garantito, perché ormai l’economia mondiale è una specie di gioco alla roulette assoluto, gli economisti non ci capiscono più niente, e non possono nemmeno capirlo. Ecco, se io posso spostare i miei capitali in tempo reale, vale a dire, ventiquattr’ore su ventiquattro, ovvio che non posso fare nessuna previsione economica al riguardo. E poi, non c’è nessuna effettiva capacità di conduzione militare, perché in fondo gli Stati Uniti hanno la possibilità di usare tutti i mezzi del loro terrorismo politico: basti pensare al Kosovo, l’Afghanistan, l’Iraq, forse domani è quasi certo l’Iran; ma si impaludano sempre in situazioni che in concreto sono molto peggiori del Vietnam".

Scusi, perché in concreto si tratterebbe di una palude ben peggiore?

“Beh, nel Vietnam loro hanno perso, diciamolo chiaro. Ma si trattava a conti fatti di una situazione geopolitica molto limitata. Qui invece è in causa tutta la situazione del Medio oriente, tutto il problema del petrolio. Basta pensare alla situazione in Palestina: una volta che ai palestinesi è data la possibilità di esprimersi liberamente, hanno votato a quelli che l’America giudica terroristi. Ecco, un risultato in negativo per la politica americana, nel senso che peggio di così non poteva proprio andare".

Insomma, emerge un mondo totalmente conflittuale, multipolare, di grandi schieramenti globali: qual è a suo parere il futuro della letteratura in un simile contesto storico?

"Io credo onestamente che esista ancora molta gente che continua ancora a leggere e anche mostruosamente a scrivere!

Mostruosamente?

"Sì, dico mostruosamente perché aumentando il numero degli alfabetizzati, aumenta anche il numero degli scriventi. È come se un giorno tutti si mettessero a fare i calzolai, avremmo una sovrapproduzione di scarpe spaventose, con la differenza che scrivere costa poco: un po’ di carta, una penna, un computer o una macchina da scrivere, poi con un fax, un sito, posso farmi conoscere a chiunque ne abbia voglia. Ma detto sinceramente tra noi: chi ha veramente voglia e tempo di leggere diecimilioni di scritti che si producono ogni giorno al mondo: dalla Corea al Canada, fino a Città del Capo, evidentemente è una cosa impossibile. Il risultato dunque è che tutti scrivono… e paradossalmente sempre meno sono le persone che leggono: insomma, è come quando tutti parlano e vogliono essere ascoltati contemporaneamente, come accade in certi dibattiti televisivi, e nessuno ovviamente capisce niente. D’altra parte chi diavolo può seguire a un tempo sessanta canali disponibili di un semplice televisore? Al massimo, allo stato attuale, ne posso ascoltare o registrare uno. Ecco, ammettiamo che in solo un giorno io mi possa fare le sessanta registrazioni… quando avrò il tempo di vedere le cose registrate? Intendiamoci, dovrei vivere sessanta volte la vita che vivo ora per vederle, e francamente questo è assurdo!"

Quindi con l’aumentare dell’alfabetizzazione…

"C’è più analfabetismo, ovvio! E infatti, guardi un poco i giovani d’oggi: vi è un analfabetismo scolastico terrificante! E se uno va oggi in una università, certo, trova ancora quelli colti, per fortuna, cioè quelli che leggono tutto: iperdiligenti, preparati, eccetera, ma gli altri? Io me ne sono andato via nel 2000, sbattendo la porta… perché, dico io: a questi analfabeti non posso mica mettermi a insegnare pure l’ortografia, la punteggiatura, la sintassi. Ma soprattutto – e questo fa più spavento - la sintassi mentale!"

D’accordo, suggerisca lei una soluzione definitiva.

"Bisognerebbe innanzitutto convincere la gente a essere un po’ meno narcisista, e cioè, non è mica detto che tutti dobbiamo scrivere… Certo, in privato, ognuno fa quello che vuole, ma per carità…"

Un popolo di santi poeti e di scrittori?

Sì. Tanto per dirne una. Prendiamo il numero dei giornali, ci sono ad esempio città che hanno cinque o sei giornali locali, d’accordo? Ora, ultimamente io mi occupo di lessicografia, e ho curato il supplemento del Battaglia, lavorando sul recupero di alcune voci che in passato non erano state accolte dall'Accademia della Crusca. Adesso infatti sto preparando un nuovo aggiornamento. Ecco, qualche mese fa ero a Udine, l’Università mi propose di fare un ciclo di Conferenze, una di queste era proprio intitolata La lingua italiana: cosa diventa? E lì allora ho fatto questo, ho preso il numero di una settimana prima -scelto a caso - del Corriere della Sera. Ho fatto velocemente uno spoglio d’una ventina di pagine e ho trovato più di sessanta parole non registrate su nessun vocabolario. Ora, se in un numero a caso del Corriere trovo una media di tre parole per pagina che non sono messe in nessun dizionario, lei immagini, se arrivo a fondo: pagine di cultura, della moda, eccetera… Faccia lei il calcolo! E se prendo il quotidiano La Stampa succede esattamente la stessa cosa, e così se vado a prendere uno dei giornali locali, troverò certamente altri neologismi. È impossibile seguire tutti i neologismi, tutto quello che si scrive, che si pubblica. Non posso leggere tutti i giornali tutti i giorni, neppure una équipe vi riuscirebbe.

È una nuova forma di alienazione, determinata per effetto della sovrabbondanza?

È una forma esplosiva della vecchia alienazione; l’alienazione prodotta dal capitalismo è certo una situazione di mercificazione generale: tutto ha un prezzo, chi ha soldi può comprare tutto quello che vuole, e chi non ha soldi non può comprare niente, può anche morire di fame. Ora, dire alienazione, è dire poco. L’alienazione viene sofferta in fondo da persone che hanno certe sicurezze di sopravvivenza, quando nacque la moda dell’alienazione era in fondo una alienazione “chic”. Se uno invece risale a Marx, l’alienazione è dovuta al carattere veramente disumano e annientante.

L’alienazione chic… è qui che l’aspettavo. Non è che si riferisce a Moravia per caso? A una certa letteratura anni sessanta? Ecco, me lo dica pure: è esistito o no un rapporto conflittuale tra Moravia e il Gruppo ‘63?

Non esattamente. Quanto al caso Moravia, io ero in buoni rapporti con lui; tanto che proprio nel ‘62 avevo pubblicato una monografia, nel complesso molto positiva su alcuni libri: Gli Indifferenti, Agostino La Noia, che mi parevano interessanti, diciamo corrispondenti all’epoca. Naturalmente c’erano opere più felici e meno felici.

Sì, però a Palermo, nel ’63, voi lo avete fischiato!

In realtà non ci furono i fischi! Di fronte a Moravia c’erano opinioni molto divise, come su tutto nel Gruppo, perché non c’era nessun programma preciso. Naturalmente c’erano simpatie prevalenti e antipatie prevalenti, però ognuno poteva pensare quello che voleva. Il Gruppo era fatto poi da persone che desideravano discutere, magari anche litigare insieme. Quello che mi è accaduto molte volte di dire, era soprattutto il fatto di non condividere quello che erano le opinioni dominanti in quel momento, della critica e della letteratura che si faceva in quel periodo.

Diciamo, l’estabilishment culturale di allora…

Ma sì, il potere letterario ufficiale, gli editori dominanti, i premi, i critici e la produzione di quell’epoca. Però poi ognuno rispondeva a questi problemi in modo particolare. Un’altra cosa che ci riuniva poi era l’interesse, anche se non egualmente distribuito fra tutti, per problemi che i letterati tradizionali, in Italia specialmente, trascuravano: dalla psicanalisi alla sociologia, fino alla politica stessa spesso assunta così, come fede di partito e non come problema di storia politica concreta e di conflitti ideologici.

Qualche voce maligna invece, che Moravia fu invitato apposta, perché venisse contestato in pubblico, è vero?

No, lui venne per conto suo, non era stato nemmeno invitato. Lui girava molto l’Italia, il mondo, come giornalista. E venne con Dacia Maraini, che allora era la sua amica. Io conobbi Dacia prima ancora che lei conoscesse Moravia, a Roma, nel 61, quando si andò a presentare I Novissimi; e lei era ancora col primo marito. Una ragazza molto bella, molto simpatica, intelligente.

Quindi rapporti buoni, il mio è un gossip infondato…

Ma le ripeto, i rapporti con Moravia, seppure con divergenze d’opinione, così come accadeva con Dacia, erano tanto buoni che si andava a fare i bagni insieme. Mi ricordo che Dacia guidava la macchina, Moravia invece non guidava, ed era venuta giù in macchina o credo l’avesse affittata, e così giravamo un po’ per la Sicilia. Al contrario, gli altri del Gruppo, no, non avevano assolutamente un buon rapporto con lui.

Prendiamo Celati, Eco, a un certo punto approdano altrove; mi può spiegare come funzionava il Gruppo?

Naturalmente ognuno ha la sua storia personale, perché poi gli anni del Gruppo furono piuttosto brevi, cominciò nel ‘63, ma mi pare l’ultima riunione fu nel ‘68, ’69. Una volta all’anno ci si vedeva grosso modo, per una settimana. E poi ognuno tornava a lavorare per conto suo. Celati, fu sempre molto marginale al Gruppo, non so nemmeno a quale riunione abbia poi partecipato; io credo abbia manifestato una certa simpatia, perché soprattutto il primo Celati era orientato verso una idea di scrittura sperimentale. Eco invece faceva il critico, inventava tipi di gioco, di divertimenti; quella era l’epoca di “Diario minimo”, di “Opera aperta” la cui apparizione aveva suscitato vari problemi da un punto di visto estetico. Ma al Gruppo, non è che lui parlasse moltissimo, certo, interveniva ogni volta, a ogni riunione; mentre altri erano molto più impegnati e intervenivano a ogni lettura che si faceva. E dicevano la loro, avevano sempre voglia di dire qualcosa, aprivano una discussione che non finivano mai, sia che fossero testi di membri del Gruppo, sia testi di giovani che venivano di volta in volta invitati. Si metteva tutto in discussione: alcuni ne uscivano bastonati, altri così e così.

Come spiega il suo entusiasmo nei confronti della nuova letteratura Cannibale o Pulp?

Il primo a convincermi fu proprio Scarpa, ma qui invece non parlerei di gruppo. Certo, ho avuto dei legami individuali. D’altronde i Cannibali non furono mai un gruppo. Certo, gli editori, i critici misero insieme il tutto. Ecco, diciamo che ho avuto simpatie per alcuni di quei giovani scrittori: Scarpa, Nove, Caliceti… Si tratta in realtà di una generazione molto riversata sul presente, quindi sui linguaggi, i problemi, la cultura giovanile; diciamo che se uno vuole conoscere, non nel senso comune documentaristico, ma nelle modalità di scrittura: il telefonino, la moda la televisione, il cinema contemporaneo il logo della pubblicità, si trova davanti un esperimento interessante. A prima vista appaiono scrittori come dire, pornografici. Ma sono scrittori dove la parte sessuale è tranquillamente affrontata come lo affrontano disinibiti i ragazzi di oggi.

E le scrittrici?

Sì, c’è una parte femminile abbastanza interessante, la Campo, ma anche Isabella Santacroce. Sinceramente la trovo una scrittrice molto interessante, come la Ballestra, soprattutto la prima. In generale però, i loro esordi sono quasi sempre migliori degli sviluppi. Cioè, Woobinda di Nove è il suo libro migliore, anche nel caso di Scarpa il titolo migliore rimane Occhi sulla graticola benché Kamikaze d’occidente è un romanzo bellissimo e rimane un po’ vittima di un’ingiustizia. Penso ad esempio, che il miglior Caliceti fosse quello degli esordi.

Forse è stata una ricerca che non è andata troppo avanti?

Normalmente se l’esordio è buono, riuscire a rimanere all’altezza non sempre è facile. A mio parere anche Arbasino, il meglio l’ha dato non con Fratelli d’Italia ma con L’anonimo lombardo, che ritengo tuttora sia il suo libro migliore, e lo stesso dicasi per Manganelli… Ecco, capita, non è mica una legge! Ci sono scrittori che a novantanni dànno alle stampe i loro capolavori e altri no.

Nanni Balestrini è stato definito da Nove il grande poeta epico del novecento, è d’accordo?

"Sì, ma più che poeta epico, direi un prosatore epico! Che ne so, se pensiamo alla narrativa del secondo Balestrini, perché il primo romanzo è ancora legato alle sperimentazioni del Gruppo. Dopodiché lui si riversa, da Vogliamo tutto in poi sui grandi temi storici: Gli invisibili, L’editore, I furiosi. Diciamo che lì nasce questo tentativo di costruire un certo tipo di romanzo epico."

E lei invece come si definisce, un poeta o un anti-romanziere?

"Beh, lo sono tutti e due bene o male. Certo, la poesia è stato il lavoro più costante della mia vita, perché ho cominciato scrivendo versi e continuo, però mi è interessato molto passare alla narrativa, ho scritto solo due romanzi e risalgono agli anni sessanta. Ho un terzo romanzo in programma. E poi, proprio recentemente ho pubblicato un romanzo breve in due puntate, al quale però tengo molto e che si chiama L’orologio astronomico."

E politicamente, come si definirebbe?

"Un comunista. Resto un marxista e un comunista convinto. Appartengo a quelli che continuano ancora a crederci. Certo, me ne rendo conto, non si tratta di qualcosa che si potrà realizzare entro breve termine. D’altronde neppure la borghesia è nata tutta in una volta: c’è stata dapprima l’epoca dei Comuni, i mercanti, la società protoglobale, la rivoluzione industriale, la globalizzazione. E così accadrà un bel giorno anche con il comunismo. Diciamo che deve crescere, ha bisogno di qualche secolo".


Registrata a Siena - Ottobre 2005